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REHABILITACIÓN DE EDIFÍCIOS Y CONJUNTOS
URBANOS: LA GESTIÓN DEL ENTORNO DE LOS EDIFICIOS PRESERVADOS EN CAMPINAS Y
SANTOS – BRASIL
Maria Cristina Schicchi
Programa de Mestrado em Urbanismo
Centro de Ciencias Exatas, Ambientais e de Tecnologías (CEATEC)
Pontifícia Universidade Católica de
Campinas
Campus I - Rodovia D.Pedro I, km 136.
Parque das Universidades
Campinas, São Paulo, Brasil
Apoyo: FAPESP (Fundação de Amparo
à Pesquisa do Estado de São Paulo)
schicchi@terra.com.br
cristina.schicchi@puc-campinas.edu.br
EQUIPO DE
INVESTIGACIÓN:
PATRIMÔNIO URBANO E ARQUITETÔNICO
DAS CIDADES PAULISTAS
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Articoli
presentati in occasione del:
H
& mH
1st International Conference
on
"Vulnerability of 20th Century Cultural Heritage to
Hazards and Prevention Measures"
3-5 April 2002, in the City of Rhodes, Greece
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CONOSCENZA
DEL PATRIMONIO INDUSTRIALE:
l’EX
CENTRALE ELETTRICA DEL PORTO DI NAPOLI
Vincenzo
Calvanese
Dipartinento
di Ingegneria Edile
Facoltà
di Ingegneria – Università degli Studi di napoli
“Federico II”
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THE
PLACES OF TANGO
Prof.
Arch. Jorge Nestor Bozzano
President
of CICOP-Argentina
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ARCHITECTURAL
ISSUES IN EARTHQUAKE REHABILITATION
OF
THE IRANIAN CULTURAL HERRITAGE (Related
to topic No: I)
H.
Arbabian,
PhD,
MArch, BArch, ISCARSAH, ICOMOS, ISES,
Assist.
Prof., School of Architecture,
Iran
University of Science and Technology (IUST),
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Presupposti di qualità nella pianificazione.
Si sta affermando, recentemente, la certificazione di qualità,
verso oggetti, merci, prodotti in genere, come procedimenti, enti
o servizi.
Il procedimento della certificazione vuole garantire la qualità,
laddove la legge di mercato non appare sufficiente. La qualità
viene garantita attraverso la certificazione d'origine: nel sistema
artigianale si verifica di persona e direttamente, nella società
moderna ci dobbiamo affidare ad un professionista che verifichi
per conto nostro.
Condizione essenziale è la assoluta garanzia di affidabilità
del certificatore, come il "soggetto certificato" non
può giocare a barare: sarebbe inutile procedere.
Ne consegue una naturale attitudine alla rivalutazione del concetto
di "rigore": non possiamo ragionare di qualità
se non con intendimenti rigorosi. Possiamo provare ad applicare
la procedura della certificazione di qualità ad una città
o ad un territorio, a patto di essere in grado di potersi sottoporre
a tale procedimento. La riconoscibilità dell'origine determina
trasparenza nei programmi e rintracciabilità delle procedure
decisionali fino agli effetti che ne scaturiscono.
Oggi possiamo affermare che nel nostro Paese, e anche nelle nostre
zone, non si è operato, salvo ammirevoli e tanto più
encomiabili eccezioni, per ricercare presupposti di qualità,
con i risultati che sono sotto i nostri occhi. Non è facile
che una comunità decida di anteporre l'obiettivo della qualità,
che può risultare meno appagante rispetto al risultato immediato.
Il territorio assorbe e restituisce, come uno specchio, tutte le
contraddizioni e le culture di chi l'abita.
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Ridefinire una strategia
Un punto di forza risiede nel fatto che le regioni dell'Italia Centrale
sono riconosciute come uno dei territori di origine della forma
città occidentale, in un processo miracoloso durato secoli
che ha reso possibile un modello di equilibrio umano ed ecologico
unanimemente riconosciuto.
Il modello si fonda su una forte interrelazione e funzionalità
tra la Città, veicolo e codice di comunicazione fino ad assumere
un valore simbolico alla scala continentale, e il suo territorio
(Stato) "interno", più o meno vasto, ma strettamente
relazionato alla Città.
Perdipiù, la riconoscibilità dei territori dell'Italia
centrale è strettamente connessa con il complesso strutturato
di città, di piccola dimensione ma di grande significato,
che formano ciascuna una individualità particolare, ma anche
un forte sistema integrato: una rete.
Il punto di debolezza risiede, paradossalmente, nella scarsa consapevolezza
degli stessi punti di forza: scarsa consapevolezza da parte dei
cittadini e dunque degli amministratori locali.
All'orgoglio di rappresentare un modello, si è sostituita
l'accettazione della subalternità ai sistemi urbani "forti",
insieme ad un tentativo spesso goffo di modernizzazione in una gelosa
diffidenza campanilistica delle proprie presunte tradizioni. Tutto
il contrario delle ragioni profonde che hanno consentito la fondazione
originaria.
Perdipiù il processo di accentramento politico e burocratico
dello Stato Moderno ha vanificato le opportunità locali;
il vecchio modello non è stato sostituito da nulla, con il
risultato che è difficile progettare il proprio futuro recuperando
le opportunità locali che spesso sono dissolte.
La decadenza ha comportato la perdita della "sacralità
dell'ambiente e del territorio" nella cultura quotidiana. La
sacralità non prevede distinzioni tra pubblico e privato;
tutto concorre alla definizione di una sola identità.
Quali prospettive.
Più che sviluppare, il problema di oggi è quello di
recuperare relazioni di rete, ormai in via d'estinzione. La ricostituzione
di pratiche di rete fondate su programmi concreti da definire di
volta in volta, rappresenta l'unica alternativa ad un destino di
definitiva perdita di ruolo e degenerazione campanilistica. La qualità
di una politica territoriale è il primo ambito operativo
su cui si può impostare un progetto di riqualificazione e
valorizzazione locale.
Un interessante approccio propositivo potrebbe consistere nel lanciare
alle città una "sfida" pacifica nello sperimentare
forme innovative volte alla introduzione di strumenti di pianificazione
testati sull'obiettivo della riqualificazione e dell'innovazione
di qualità, e avviare nel concreto una riflessione sulle
esperienze in corso. Tempo fa, la benemerita "Associazione
delle città del vino" provò ad avviare una sorta
di Carta per una gestione accorta del territorio delle città
associate: era una interessante proposta che però in concreto
poco ha prodotto. Tra il dire e il fare …
Pier Paolo Mattioni
Orvieto, 3 febbraio 2001
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| Città
nuove su città antiche (New cities over old cities) |
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di Prof. Arch. Nina Avramidou
pubblicato in Demetra, semestrale di Architettura
e Arte, n°6 Giugno 1994
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QUESTA RICERCA INDIVIDUA UNA STRATEGIA CHE IN MODO
SISTEMATICO CONDUCE A RIAPPROPRIARSI DEL PATRIMONIO
ARCHEOLOGICO.
MA CIO' COINVOLGE PROFESSIONALITA' DIVERSE E RICHIEDE
RIFONDAZIONI DISCIPLINARI NELLE AREE DEL RECUPERO
E DEL RESTAURO.
THIS RESEARCH AIMS AT WORKING CALLY
LEADS TO THE REAPPROPRIATION OF OUR ARCHEOLOGICAL
HERITAGE. BUI THIS CALL UPON PROFESSIONALS OF DIFFERENT
FIELDS AND NECESSITATES NEWLY-FOUNDED DISCIPLINES
IN THE FIELDS OF RESTORATION AND REINSTATEMENT.
La salvaguardia delle testimonianze storiche, presenti
in città dichiarate "Patrimonio dell'Umanità"
(1) e che presentano forti tendenze di urbanizzazione
e edificazione, costituirà negli Anni Novanta
una delle sfide più significative nell'universo
affascinante del Progetto dell'Esistente. Il problema
specifico che qui ci poniamo s'inserisce in tale tematica,
ma è circoscritto al tema particolare del trapianto
di città nuove sopra e dentro città
vecchie che si rifiutano con ostinazione di essere
estirpate o sepolte.
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Veduta del porto
di Rodi
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Questa problematica investe la maggior
parte dei paesi del mediterraneo, ma solo in alcune
delle sue città si pone, ancora oggi, come problematica
aperta ed urgente; tanto urgente che non con-sente più
grandi spazi alle riflessioni. Occorre con sollecitudine
prendere atto che chi affronta questo specifico problema
è attualmente sopraffatto da esigenze sociali
pesanti (urbanizzazione, nuova edificazione, domanda
turistica, ecc.) che comportano il rischio di sepoltura
secolare dei luoghi antichi evidenziati, o quel che
è peggio la realizzazione di contenitori dismessi
in verticale (in aggiunta ai già deplorati buchi
neri delle città). Infatti il rapporto delle
città nuove con quelle nascoste (sia stratificate
che emergenti) avviene attualmente con una serie di
tagli molto stretti e spesso voltati, delle vere e proprie
incisioni profonde nel tessuto edilizio delle epoche
antiche, che lasciano solo intravedere "polarizzazioni"
e "diffusioni" (piazze. impianti stradali,
ecc.) di antiche civiltà, rivelazioni successive
che vanno rapportate tra loro nello spazio e nel -tempo,
con strategie di intervento che consentano la fruizio-ne
pubblica dei luoghi. Non si tratta pertanto e soltanto
di salvare qualche "testimonianza storica"
isolata e d'inestimabile valore "inventando"
percorsi archeologici, quanto piuttosto di comprendere
il ruolo decisivo che essa aveva -avuto e che potrebbe
ancora avere per la città.
Nel segnalare questa urgenza, è doveroso anche
dire -che il problema, pur coinvolgendo attualmente
un numero circoscritto di città del mediterraneo,
interessa tutta la sua fascia, sia perché -
se adeguatamente affrontato - dovrà far i conti
con le coordinate geografiche-storiche di questo,
sia perché le città investite dal problema
materializzano la chiave di una biblioteca aperta
per letture incompiute della sua storia e civiltà.
Dal punto di vista delle competenze disciplinari il
problema investe primariamente l'archeologia, l'urbanistica,
la geo-archeologia e la tecnolo-gia, ed è caratterizzato
da un taglio urbani-stico mai soltanto da un interesse
storico o esclusivamente architettonico, in cui la
tec-nologia contribuisce con l'implementazio-ne di
processi di valutazione e con stru-menti e metodi
avanzati per accrescere la trasparenza e la libertà
decisionale dei vari attori che partecipano nel processo
di inter-vento. Pertanto, non possiamo che analiz-zare
in parte determinati aspetti specifici più
vicini alle nostre competenze, nella consapevolezza
che trattasi di una proble-matica affrontabile pienamente
ed esclusivamente in sede interdisciplinare. Obiettivo
primario dello studio è di contribuire all'impostazione
di strategie di riappropria-zione del nostro patrimonio
edilizio, capaci di condurre dall'atto ideativo-ricognitivo
(riscoperta delle città attraverso la storia)
all'atto tecnico-realizzativo, in modo razionalizzato
e gestibile su basi scientifi-che; in altri termini,
una strategia che consuma risorse a breve termine"
per produrre concretamente "risorse a lun-go
termine.
Con le esperienze maturate negli ultimi due decenni
nell'ambito della salvaguardia delle testimonianze
storiche, si è in grado attualmente di affrontare
la "sfida archeologica" con ragionevole
ottimismo, purché prenda consistenza la più
volte auspicata nuova cultura del progetto dell'esi-stente
"....non velleitaria, non ideologica e non formalistica...
una cultura meno supponente e timorosa....capace e
decisa a operare i temi del proprio ruolo civile"(2).
Il classico compromesso tra conservazione della memoria
del passato e domanda edificatoria è altamente
provocatorio per tutti, ma lo è sopratutto
per le amministrazioni locali delle città interessate
(3), alle quali spetta la duplice responsabilità:
garantire ai cittadini un adeguato livello di qualità
di vita e salvaguardare l'eredità architettonica
del passato rispet-tando le direttive ed i principi
etico-morali dei diversi organismi internazionali
di tutela del patrimonio (4). Tuttavia, pur essendo
i responsabili locali vincolati al rispetto dei principi
e delle prescrizioni convenute con gli organismi internazionali
di tutela del patrimonio, mantengono una certa autonomia
decisionale, che ha portato a sperimentare con successo,
in alcuni casi felici, criteri d'intervento specifici
da luogo a luogo. Inoltre, alcune delle città
dichiarate "Patrimonio dell'Umanità"
ispirano maggiori aspettative ri-spetto ad altre,
benché non sempre possiedano i necessari mezzi
tecnici ed economici capaci di soddisfarle. Nell'ambi-to
di tale tematica, l'attenzione degli studiosi è
prevalentemente concentrata ai casi di città
nuove "dentro" città storiche e poco
verso quelli delle città nuove "dentro
e sopra - / città storiche. Ciò si giustifica
ampiamente dal punto di vista della prevalenza numerica
delle prime sulle seconde, mentre diviene una disattenzione
imperdonabile dal punto di vista della portanza delle
testimonianze del passato sepol-te tra le mura e nel
sottosuolo degli edifici situati in luoghi archeologici.
Il costruire sul sub-costruito è una operazione
-~ che si fonda su tradizioni antiche ed ininterrotte,
alla pari di quella del costruire nel costruito, e
potrebbe suscitare mera-viglia constatare che tali
interventi siano divenuti temi pre-valenti di dibattito
della cultura architettonica odierna. In tutte le
epoche, infatti, si può rilevare la stratificazione,
la sostituzione e l'intersecazione di espressioni
architettoniche dissimili, senza che questo abbia
costituito conflitti tanto accesi come nei nostri
giorni (6).
Ma se nel passato il rispetto del patrimonio riguardava
soltanto singole opere alle quali venivano attribuiti
valori e i significati, il mondo contemporaneo, dopo
aver esteso que-sto concetto a tutto ciò che
è passato (compresa l'architet-tura minore),
ha rivolto l'attenzione al processo di conoscenza
e fruizione dell'intero sistema territoriale. In questo
processo di conoscenza, la popolazione prende parte
attiva -in quando anch'essa custode della memoria
e tramite fra il passato ed il presente: "(...)
con il sentire più profondo dei tempi e dei
luoghi delle cose, siamo proiettati a rapporti più
sensibili fra gli elementi fisici e quelli antropici,
tra i fattori materiali e quelli immateriali di quel
medesimo sistema a te, risalenti ai periodi classico,
bizantino, medioevale, goti-cui uomini e cose appartengono"(7).
Le contrapposte esigenze riguardanti la salvaguardia
del patrimonio storico-ar-chitettonico e quelle derivanti
da una forte domanda edifi- catoria, pongono problemi
che a nostro avviso non possono essere affrontati
e risolti sulla base degli stessi Criteri adottabili
per i casi di "città dentro città".
Lo studio intrapreso in -tal senso, mette in evidenza
gli aspetti conflittuali tra esigenze di natura fisica
e non, e rileva alcuni orientamenti nuovi di analisi,
sintesi e valutazione del processo di intervento,
basati su appropriati criteri e procedure specifiche.
Un caso eccezionale ed emblematico, sia per l'importanza
delle sue testimonianze archeologiche e storico-architettoniche,
che per l'operato qualificato degli organismi responsabili
locali, è rappresentato attualmente dalla città
di Rodi nel Dodecaneso (GR). Essa conserva, tra soprasuolo
e sottosuolo, estese testimonianze architettoniche
stratificate, risalenti ai periodi classico, bizantino,
medievale, gotico, ed altre derivate da dominazioni
perdurate per lunghi o brevissimi periodi di tempo.
Pertanto, la città di Rodi è stata considerata
quale campione per le analisi inerenti allo svolgimento
di questo studio. Si vorrebbe sottolineare, che non
sono le sole caratteristiche peculiari di Rodi ad
indirizzare la scelta su di essa. Visitandola oggi
è immediato cogliere che la "offerta"
di questa città è ancora in grandissi-ma
parte legata alle sue espressioni qualitative ed ai
suoi nuclei antichi che continuano ad offrire i loro
spazi sapienti, le le loro architetture, la loro bellezza,
le loro identità, in parte ritrovate grazie
al lavoro condotto negli ultimi dieci anni.
Tutto questo fa di essa un vero e proprio laboratorio
di cultura. Ma questa generosa offerta è anche
disarmata, perché aperta a tutti gli usi, oltreché
alla domanda di città e alle minacce quantitative
della sua società. In questo sta la sua forza
e la sua fragilità ed anche le responsabilità
di tutti, ancora in gran parte da assolvere,
Antica metropoli, abitata ininterrottamente per 2400
-anni, Rodi rappresenta una delle città più
importanti dell'antichità, edificata su posizione
prescelta e secondo un preciso piano urbanistico (Ippodamo,
verso la fine del Sec. V a. C.). Essa è l'unico
esempio di metropoli antica per la quale sono stati
ricostruiti la posizione delle strade, delle piazze
e dei quartieri (8). E' la perfetta traduzione delle
regole urbanistiche di Ippodamo: scacchiera ortogonale
regolare, distribuita in tre ambiti fisici, collegati
da un sistema centrale in cui si concentrano gli spazi
politici, religiosi e commerciali: la città
è al centro del sistema territoriale che essa
controlla, l'agorà è al centro della
città. La ricostruzione dell'antica pianta
della città, effettuata da archeologi ed architetti
impegnati nella riqualificazione del centro storico,
che costituisce una delle più significative
opere del nostro secolo. Non si tratta di una semplice
ricostruzione di un tracciato di strade e case antiche,
ma è il riflesso della società e la
testimonianza degli alti ideali dell'epoca classica.
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Disegni di rilievo e di progetto
dell'Albergo di Francia di A. Gabriel (1923)
fonte: L.Ciacci, Rodi Italiana 1912-1923, Marsilio
Editore, Venezia,1991.
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L'antica rete urbana della scuola di Ippodamo è
visibile ancor oggi nella attuale topografia della
città, e si estende sia dentro che fuori le
mura medioevali della Città dei Ca-valieri
(1480 d.C.). La direzione delle strade antiche è
stata conservata con variazioni lievi durante il periodo
bizantino, così che i Cavalieri della città
medievale hanno ereditato questo sistema urbano, insieme
ad una grande parte dell'edificazione bizantina. In
altri termini, ci troviamo di fronte al caso raro
di utilizzazione di un sistema viario per-sistito
continuamente per quasi 2400 anni (9). Gli scavi ar-cheologici
hanno messo alla luce monumenti classici, quali: l'acropoli,
il tempio di Apollo, lo stadio, l'odeion, i neori,
vari templi e ginnasi, settori delle antiche fortificazioni,
resti di abitazioni, fonderie, nonché reti
idriche e fognarie (10). La mancanza di adeguati strumenti
legislativo-finanziari rende quasi sempre impossibile
effettuare estesi e sistemati-ci scavi archeologici
nei centri storici che inglobano, sopra e sotto, testimonianze
architettoniche cospicue delle civiltà precedenti.
La possibilità di intervenire con scavi viene
of-ferta: a) in seguito a calamità naturali;
b) durante gli scavi di fondazione di edifici nuovi.
A) In molte città europee del mediterraneo,
le "benemeri-te" calamità naturali
e non (terremoti, incendi, esplosioni, bombardamenti),
hanno permesso di riportare alla luce i te-sori architettonici
sepolti, usando gli strumenti legislativi degli "interventi
urgenti e straordinari". Si citano a titolo di
esempio: Città di Salonicco (GR), anch'essa
su stratificazioni di grandi e fiorenti metropoli
antiche, è stata totalmente di-strutta con
l'incendio del 1917; calamità, che ha permesso
per un breve periodo di tempo (11) di bloccare l'edificazio-ne
in vaste zone dichiarate parchi archeologici, ove
poter eseguire successivamente indagini approfondite.
Cittadella di Conza (Campania, IT), rasa al suolo
dal terremoto del 1980, ha portato alla luce testimonianze
archeologiche di tale importanza (ritrovamenti del
foro dell'antica città ro-mana) che hanno determinato
di ubicare il nuovo abitato nelle vicinanze del preesistente.
Centro storico di Rodi, col-pita ripetutamente da
eventi sismici; dopo il terremoto del 1944, è
stato possibile predisporre un nuovo piano urbani-stico
con carattere storico e con dodici parchi archeologici.
In tempi più remoti, con l'evento bellico della
prima inva-sione turca (1480) e con il terremoto dell'anno
successivo all'invasione (eventi seguiti da una forte
edificazione) è stata scoperta gran parte delle
fortificazioni e degli edifici anti-chi, oggi esistenti
(12)
B) L'edificazione nuova all'interno dei centri storici
offre la possibilità di scavi archeologici
localizzati, che costituiscono, nelle città
a forte domanda edificatoria, una preziosa oppor-tunità
per la ricognizione archeologica del sottosuolo. Tutta-via
la facoltà, concessa agli organi archeologici
locali, di bloccare i lavori esecutivi ed, eventualmente,
concordare modifiche architettoniche-strutturali al
progetto originario, comporta uno sforzo enorme, a
causa delle conflittualità ine-vitabili che
insorgono tra le parti interessate. L'esigenza di
procedere con indagini accelerate per ridurre i danni
econo-mici passivi e la scarsità di personale
degli enti archeologici (per poter intervenire tempestivamente
nelle primissime fasi esecutive) vanificano nella
maggior parte dei casi, le aspetta-tive offerte con
questa "strumento di ricognizione". Nella
zona medioevale della città di Rodi, la maggior
parte dei ri-trovamenti archeologici degli anni ottanta
(13) sono venuti alla luce proprio durante la fase
esecutiva di progetti ap-prontati in conformità
all'attuale P.R.G. Viene perciò confer-mato
che, allo stato legislativo-procedurale odierno, la
possi-bilità di intervenire durante gli scavi
di fondazione costitui-sce oggi lo strumento più
realistico ed economico, per poter procedere ad indagini
di tipo archeologico.
Le nuove tecnologie basate sull'intelligenza artificiale
(Information Technology, IT) costituiscono strumenti
di ef-ficacia straordinaria per tutte le fasi del
processo di riappro-priazione del patrimonio storico-architettonico.
Con riferi-mento specifico ai Geografic Information
Systems (GIS) adottati anche a Rodi fin dai primi
anni ottanta, è stato pos-sibile implementare:
a) supporti decisionali diagnostici; b) assistenza
alla messa a punto di programmi per la manipola-zione
di documenti (ricerche negli archivi cartografici,
ri-produzione automatica di dettagli dei particolari,
ecc.); c) banche dati (archivi) e reti di comunicazione
computerizza-te (in fase di avvio) per lo scambio
di dati, informazioni ed esperienze tra i vari attori
che vengono di volta in volta coinvolti nei processi
di intervento ed, in una prospettiva più lontana,
tra tutti quelli che sono impegnati allo studio della
"Storia Urbana dell'Europa".
L'impiego dei GIS. come strumento per la produzione
di semplice mappe intelligenti ed archivi telematici,
è noto-riamente divenuto oggi di uso comune,
mentre è ancora in nascere il passaggio da
questa fase primitiva del suo impie-go a quella in
cui esso diverrà lo strumento-base per la rea-lizzazione
di programmi polivalenti di elaborazione dei dati
codificabili, programmi per la comparazione tridimensiona-li
dei "valori" in coordinate geografiche,
esigenziali, ecc. L'attenzione maggiore in questa
direzione viene oggi focalizzata nell'organizzazione
di strutture spaziali di gestione, che consentano
una multi-partecipazione progettuale con domini di
competenze multiple. La mancanza di piani rego-latori
carenti di supporto archeologico e geoarcheologico
(14), crea conflitti enormi tra l'esigenza sociale
di nuova edificazione e l'esigenza di salvaguardare
le testimonianze storico-architettoniche; conflitto
che si risolve nella mag-gior parte dei casi con un
compromesso che condanna que-ste testimonianze a sepoltura
secolare: ossia il loro incorpo-ramento nei locali
sotterranei dell'edificio da erigere. Vinco-li urbanistici
ed edificatori, e soluzioni statiche discutibili rendono
spesso vano anche il tentativo di un incorpora-mento
dignitoso. Nel solo centro medioevale di Rodi si con-tano
più di cento casi di questo incorporamento
avvenuto negli anni ottanta, mentre a Salonicco forse
spetta il prima-to assoluto in tal senso.
Un'altra soluzione, apparentemente meno traumatica
della precedente, consiste nel fondare i nuovi edifici
su pilo-tis, lasciando a vista le testimonianze archeologiche
(15). Tuttavia questa soluzione consente di eseguire
indagini ar-cheologiche in tempi compatibili con le
esigenze economi-co-organizzative, ed incide in modo
limitato sulla consisten-za dei tessuti murari da
salvaguardare (16). Le fondazioni su pilotis., incastrati
dentro le masse murarie antiche, rende necessario
uno studio altamente specialistico del sottosuolo
di fondazione, da condursi con un geoarcheologo, figura
non ancora consolidata. Inoltre, in caso di un successivo
adeguamento o rinforzo antisismico, si riportano in
primo piano alcune problematiche risolubili con lo
schema "a pi-lotis". Altra soluzione ancora,
per poter evidenziare ed intervenire sul patrimonio
archeologico, è offerta dall'espro-prio. Nel
caso di Rodi, tenuto presente che circa 1/3 della
parte edificata (500 abitazioni) del centro storico
racchiuso tra le mura è di proprietà
comunale, i'uso di questo stru-mento legislativo viene
applicato in casi del tutto eccezionali. Nella zona
moderna della città che sovrasta la città
elleni-stica (esterna alle sue mura medioevali), la
necessità di ri-correre all'esproprio è
più sentita ed anche più ricorrente.
I problemi connessi alla salvaguardia e alla conserva-zione
delle testimonianze architettoniche racchiuse dentro
e sopra gli edifici di Rodi, si moltiplicano e si
ingigantiscono nel suo centro storico, racchiuso tra
le mura medioevali. Ta-le centro è situato
all' interno di una moderna città della quale
rappresenta il polo storico e geografico, con in atto
una vera e propria esplosione turistica, della quale
rappre-senta il polo storico e geografico. Le forti
pressioni che rice-ve da parte delle crescenti attività
secondarie e terziarie vanno a scapito, oltre che
delle città stratificate, anche della qualità
abitativa. Tale fatto, insieme alla presa di coscienza
che il centro storico rappresenta un monumento con
enor-mi problemi sociali, hanno costituito -nei primi
anni ottan-ta- i moventi per giungere, nel 1984, ad
un accordo pro-grammatico tra i responsabili del governo
centrale e quello locale per "La Riqualificazione
Globale della Città Medioe-vale" e, nel
1989, alla stesura di un documento intitolato "Principi
Generali per 1' Intervento sulle Costruzioni della
Città Medioevale di Rodi" (17). L'importanza
di questo do-cumento, richiama altri analoghi approvati
in tempi recenti in varie città europee. I
criteri adottati per la valutazione dei progetti d'intervento
si basano prevalentemente sulla lettu-ra delle qualità
vecchie (prestazionali tecnologiche, segni-che, simboliche,
documentarie materiali); criteri che sono estremamente
utili, ma che rimangono opinabili e discutibi-li,
in quanto manca una strategia di confronto tra la
qualità del sistema prima e quelle attese dopo
1' intervento (18).
" (…) Ogni progetto, ogni pratica conservativa
e trasformati-va dovrebbe poter essere giudicata in
base al differenziale introdotto tra i diversi valori
della condizione precedente all'intervento e di quella
che n'è conseguita" (19). Invece è
degna di rilievo l'attenzione posta nella fase anteprogettua-le,
con l'inserimento di una serie di minuziose specificazioni
su tutti i parametri tecnologici, tecnici, morfologici,
estetici e segnaletici.
In questo documento si estende, in accordo con la
cul-tura odierna del restauro, il concetto di tutela
del singolo monumento, a tutto l'ambiente antico della
città. Parallela-mente viene considerato come
"essenziale e determinante proprio il carattere
dell'insieme, la stratificazione delle fasi, l'unità
complessiva, la continua e composta configurazione
edilizia e naturale" (20); mentre non s'individua,
in questo come in tanti altri analoghi, una relazione
dialettica vec-chio-nuovo, capace di individuare le
qualità nascoste: stori-che, estetiche e prestazionali
(21).
In conclusione, alla concretezza del documento nell'individuazione
e salvaguardia degli elementi costruttivi e decorativi
degli edifici restaurati si devono i risultati positivi
fin oggi ottenuti, mentre alle mancate attenzioni
poste sulla relazione dialettica vecchio-nuovo, e
sugli strumenti di con-trollo, salvaguardia e difesa,
per operazioni di restauro che dal manufatto architettonico
investono anche lo spazio cir-costante urbano, si
devono alcuni dei risultati discutibili che oggi osserviamo.
In altri termini, per il rispetto dei re-quisiti di
"Integrità dei Valori" e di "Durabilità",
occorre operare al di sotto della superficie delle
cose e della loro eterogeneità, ma.al di sopra
di ciò che non riusciamo bene a discernere
nel profondo" (22).
Estendere i processi di valutazione del patrimonio
cir-costante a quello sottostante, nel caso di Rodi
viene quasi spontaneo, poiché parte delle città
sepolte sono "affioranti" in superficie
e/o "conglobate" nella tessitura dei manufatti
medioevali che oggi vediamo. Ed è anche fondamentale
rendersi conto che non si tratta di affrontare una
questione di recupero-ripristino-restauro, ma di "riappropriarsi"
del patrimonio storico-architettonico (un percorso
ancora più tortuoso ed affascinante), percependo
lo spazio nei suoi rapporti planivolumetrici ed imparando
a conoscere il luogo che rinvii ad altri tempi e luoghi,
ad altri percorsi che con le loro storie e formazioni
si intersecano ed interagiscono. Se i nostri obiettivi
sono questi, passare sul piano operativo si-gnifica
definire i parametri di valutazione riferiti agli
ob-biettivi e correlare i parametri di valutazione
con i criteri di valutazione assunti. In altri termini,
dalla percezione e presa di coscienza del problema,
all'approdare a processi di inter-vento efficaci,
il percorso è ancora assai lungo, e ne sono
te-stimoni i risultati negativi di alcune soluzioni
che pur teori-camente ottime, finiscono per aggravare
la salvaguardia del patrimonio sepolto: basti riflettere
su alcuni percorsi archeo-logici realizzati dentro
le città nuove, che collegano "virtual-mente"
parti di antiche città rinchiuse dentro gli
scantinati degli edifici, in involucri asfissianti
e assolutamente privi di riferimenti con lo spazio
e la vita circostante.
Parte di queste testimonianze sono racchiuse da tempo
in perimetri che delimitano parchi archeologici aperti,
in at-tesa di una loro riappropriazione. Problema
arduo, che molto spesso finisce con l'utilizzare questi
spazi, per realiz-zare infrastrutture sociali, prive
di una piattaforma con va-lori comuni e comunitari
alle testimonianze affiancate, privi di confronti
costruttivi, che li rendono incomprensibili ed alla
fine estranei alle testimonianze a cui sono stati
accosta-te. Ciò in genere si verifica quando
i concorsi appalto per la riappropriazione dei parchi
archeologici privilegiano l'inse-rimento di nuovi
spazi funzionali per il soddisfacimento di una serie
di esigenze sociali, la cui sintesi si esaurisce nella
sola concatenazione funzionale degli stessi, mentre
"dob-biamo imparare a vivisezionare le nostre
sensazioni e quelle dei nostri simili, scomporre in
mille pezzi a incastro ogni piccolo flash emotivo
che un luogo, uno spazio, un ambien-te può
trasmetterci: è da quanto a fondo saremo andati
in questa scomposizione che potremo ricostruire la
trama invi-sibile delle relazioni, la concatenazione
degli effetti, la strut-tura interna della bellezza"
(23).
E' qui opportuno richiamare una riflessione espressa
in premessa. Le scelte strutturali prevalenti in aree
ricche di testimonianze del passato, sono anch'esse
condizionate da una cultura timorosa e chiusa che
si rifiuta di aprirsi verso soluzioni tecnologicamente
avanzate e capaci di mitigare le conseguenze negative
che si hanno con le soluzioni struttu-rali collaudate
da tempo. La scelta strutturale prevalente per edifici
in luoghi archeologici è quella classica a
telaio su pilotis, che consente la fruizione degli
spazi allo spiccato di fondazione.
Diversi sono gli aspetti conflittuali e discutibili
di que-sta scelta strutturale, ossia: 1) L'esigenza
di distanziare i pi-lotis il massimo possibile (per
creare grandi spazi aperti) si scontra con l'esigenza
di realizzare fondazioni di dimensio-ni ridotte (per
meno incidere sui tessuti murari sottostanti).
2) Le modifiche del tracciato in fase esecutiva (posiziona-mento
di alcuni pilastri) che si rendono necessarie per
evi-tare di intaccare aree di particolare pregio archeologico,
evidenziate durante gli scavi di fondazione, penalizzano
sta-ticamente altri elementi portanti (pilastri e
solai) e compor-tano variazioni nelle soluzioni architettoniche
e distributive del progetto originario, con aggravi
dei costi. 3) I pilotis vengono in genere incastrati
nelle masse murarie sottostan-ti, quando esse si presentano
compatte (antiche fortificazio-ni, ecc.). Il grado
d'incastro ottenibile è condizionato dall'eventuale
presenza di eterogeneità, alterazioni e di-scontinuità
presenti in queste masse, il cui rilevamento comporta
studi geotecnici e geomorfologici altamente spe-cialistici.
4) L'eventuale rinforzo o adeguamento antisismico
degli edifici, per mezzo di pareti irrigidenti inserite
tra i pi-lotis. L'ancoraggio delle pareti alle masse
murarie sottostan-ti crea nuove micro-mcisioni ravvicinate,
mentre l'inseri-mento delle pareti in c.a. vanifica
in parte l'effetto di spazio libero che si voleva
privilegiare.
Certamente non è questa la sede per proporre
ed ana-lizzare schemi strutturali alternativi, basati
su concetti più avanzati e flessibili della
strutturistica, e nemmeno si sotto-valuta il fatto
che strutture più innovative per schema, tec-niche
e materiali impiegati, dovranno far i conti con i
vinco-li urbanistici e con un impegno economico diverso.
Tuttavia possiamo soffermarci a qualche breve considerazione,
per meglio chiarire quanto sopra affermato. Nelle
soluzioni in-telaiate a pilotis in zona sismica, l'aggravio
degli impegni statici delle strutture portanti in
c.a. potrebbe essere valuta-to con riferimento agli
edifici civili multipiano a pianta re-golare, attorno
al 30%. Per sollevare questi elementi strut-turali
e le opere di fondazione da questo impegno statico
supplementare ed inevitabile, si potrebbe far ricorso
alle or-mai ben note tecniche basate su sistemi attivi
e passivi di iso-lamento sismico (isolatori sismici,
dissipatori energetici, si-stemi misti, ecc.) che
non comportano incrementi delle rigi-dezze strutturali
e conseguentemente dei carichi, incremen-ti che invece
si hanno con le soluzioni tradizionali (24). Il ri-corso
a questa alternativa strutturale, nel caso di edifici
di notevole altezza (alberghi, ipermarkets, ecc.)
costruiti in luoghi archeologici, diviene determinante
(25).
Trascendendo da considerazioni riguardanti i valori
"intangibili" (vite umane e valori non riproducibili)
per evi-tare di monetizzarli, l'innalzamento dei livelli
di protezione sismica a parità di costo, e
la riduzione dei costi occorrenti per il raggiungimento
di assegnati livelli di protezione, otte-nibili con
queste tecnologie avanzate, sono stati comprovati
da molteplici ricerche. Peraltro da analisi economiche
svol-te in USA (26), è stato valutato che per
edifici intelaiati in cemento armato è conseguibile
una lieve riduzione dei costi strutturali, qualora
s'impieghino sistemi di isolamento si-smico invece
che le classiche pareti di taglio in c.a. Infine,
per i limiti di altezza degli edifici, posti da vincoli
urbanisti-ci (altezze massime, indici di copertura
e di fabbricabilità, ecc.) i sotterranei degli
edifici su pilotis che racchiudono le testimonianze
archeologiche, risultano spesso essere spazi assai
angusti e privi di riferimento alle coordinate di
vita del passato e del presente.
Per concludere, la linea di ricerca adottata per lo
svol-gimento dello studio in questa fase, conduce
a forme di ana-lisi e di sintesi che favoriscono la
totalità della percezione del problema, ovviamente
a spese dell'esplorazione parti-colareggiata (27).
Si è constatato che l'implementazione di nuove
strategie, basate su nuovi e migliori equilibri tra
pa-trimonio architettonico, ambiente ed esigenze sociali,
ri-chiede trasparenza decisionale, perseguibile solo
apportando modificazioni profonde all'interno delle
attuali proprietà istituzionali (28). Questa
esigenza conduce a piani d'azione distinti in tre
differenti livelli
1) livello micro che esamina i principali fattori
che con-dizionano l'operato dei vari gruppi di lavoro
aventi diffe-renti estensioni, mezzi, strumenti, ecc.
(29). L'approccio se-guito è quello di indagare
all'interno dei seguenti ambiti: a) mezzi di rilevamento
del patrimonio archeologico; b) locali interessi e
gruppi di lavoro; c) strutture istituzionali; d) fat-tori
economici; e) processi di trasformazione dell'ambiente
costruito sovrastante.
2) livello medio che riguarda le modalità di
raccolta e di gestibilità dei dati sul patrimonio
storico-architettonico. Le limitazioni poste a questo
piano d'azione sono: a) la siste-matica inventariazione
ed analisi del patrimonio archeologi-co; b) la raccolta
di informazioni sulle testimonianze ar-cheologiche
di piccole città ed aree urbane, scelte con
at-tenzione; c) pochi partecipanti attivi.
3) livello macro che comprende: a) la sistematica
diffu-sione di processi di riappropriazione dei luoghi
archeologi-ci, che si estendono dall'ambito puramente
percettivo-esteti-co, a quelli economico-sociologico
e funzionale-tecnologico, attraverso reti intercittà
che vanno potenziate; b) l'indivi-duazione dei percorsi
(e impiego della IF) attraverso cui le testimonianze
consumando "risorse a breve termine con-tribuiscano
idealmente alle "risorse a lungo termine";
c) la lettura e la riappropriazione delle tecnologie
del passato.
NOTE
(1) Nel catalogo dell'UNESCO del 1972
sono omologate 70 città.
(2) Sono anche maturi i tempi per tentare di radicare
questa cultura nei cittadini tutti, fin dalla prima
età scolastica. Esigenza dichiarata anche in
alcuni recenti Convenzioni e Proclamazioni Internazionali.
Si cita ad es. l'articolo 15, comma 2, della Convenzione
di Granada, tra i paesi membri del Consiglio d'Europa
(ott. 1985), per la Protezione del Patri-monio Architettonico
Europeo: Ogni convenuto si obbliga al risveglio o
alla sensibilizzazione del pubblico, dall'età
scolastica, nei temi della protezione dell'eredità,
qualità dell'ambiente costruito e dell'espressione
architettonica". Di Battista ,1992.
(3)Il problema è stato affrontato nel congresso
dell' UNESCO te-nutosi a Kebek nel 30-giugno-4 luglio
1991, che allo scopo di interrom-pere l'isolamento
e favorire la circolazione di esperienze ha proposto
la costituzione di una rete internazionale tra le
città interessate.
(4) In particolare, la Convenzione di Granada dell'ottobre
1985, ri-guardante la Salvaguardia del Patrimonio
Architettonico Europeo, fir-mata dai paesi europei,
segue una serie di principi e dichiarazioni, già
proclamate in analoghe Convenzioni europee ed internazionali
(Conven-zione Politica Europea, dic. 1954; Carta di
Venezia, mag. 1964; Conven-zione Europea per la protezione
del patrimonio architettonico, Londra, mag. 1969;
Convenzione per la protezione del patrimonio civile
e natura-le mondiale, nov. 1972; Carta Europea per
del Patrimonio Architettoni-co, Strasburgo, sett.
1975, Dichiarazione di Amsterdam, ott. 1975, Con-venzione
per la Protezione della Vita e dell'ambiente Naturale
Europeo, Berna 1979), dei quali, potremo dire che
vengono codificati i contenuti significativi, inserendo
contemporaneamente nuovi elementi. La più si-gnificativa
differenza tra questo accordo e la Carta di Venezia
o la Pro-clamazione di Amsterdam, è che tale
accordo comporta una "morale" adesione dei
paesi firmatari, che sono obbligati a rispettare la
Convenzio-ne; mentre il controllo si affida ad un
comitato di esperti nell'ambito del Consiglio di Europa.
(5) Alcuni esempi recenti: Manossque (Francia), Bruges
(Belgio), Kreuzberg (Germania), Bergamo (Italia).
(6) Le prime controversie nel settore risalgono al
Sec. XIX. Ciò era dovuto alla mancanza di coscienza
storica; bisogna infatti tener presente che, prima
del Sec. XVII, il passato è nella coscienza
comune una entità non troppo definita, e la
convinzione di una continuità assoluta e diretta
tra passato e presente comincia ad incrinarsi durante
il Sec. XVIII. Con la prospettiva storica, il passato
assume agli occhi dei contemporanei una fisionomia
meno ideale e confusa; nell' antica Roma, ad esempio,
l'atteg-giamento prevalente era legato a convinzioni
platoniche, per cui le opere non sono altro che un
riflesso imperfetto delle idee e pertanto soggette
a modificazioni.
(7) V. Di Battista, nv. Recuperare, 5/91
(8) La rete urbana di Ippodamo è di tipo regolare
ed uniforme. Gli isolati (insulae) uguali tra loro,
delle dimensioni 47,73x26,52 m includo-no tre unità
abitative e sono racchiusi da strade di larghezza
5-6 m. Le unità abitative più grandi
sono racchiuse da strade di larghezza maggiore (8-11
m) e contenevano 36 insulae con 108 case, ossia erano
progettate per circa 1000 persone. Gli edifici commerciali
erano concentrati nella zona del grande porto. L'agorà
con le statue e gli edifici pubblici erano situati
verso i confini e il tempio principale probabilmente
risultava de-centrato rispetto agli edifici commerciali.
(9) E' significativo il confronto con la città
di Mileto che ha subito un lento e progressivo processo
di crescita, non solo fisica, del nucleo centrale
che si arricchiva di funzioni e di ruoli nuovi che
coinvolgevano l'intera città.
(Tratto da Demetra, semestrale
di Architettura e Arte, N°6 Giugno 1994, autore
dell'articolo: "Città Nuove su città
Antiche" Nina Avramidou)
"Città
nuove su città antiche" formato
doc
(56Kb)
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